Nella Bibbia Gesù ci invita alla perseveranza.
Matteo 10:22 «E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvato.
Matteo 24:13 «ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».
Se prendiamo un dizionario e cerchiamo la voce perseveranza, esso ci dice che è la costanza e la fermezza nel perseguire i propri scopi o nel mantenere fede ai propri propositi, continuando lungo la strada intrapresa nonostante ostacoli, fallimenti o rallentamenti. Ma cosa è la perseveranza cristiana? Nel contesto biblico perseverare significa più che semplicemente sopportare prove e avversità. La perseveranza coinvolge sia la mente che il cuore, cioè ha a che fare con il modo in cui affrontiamo le difficoltà. Una persona che persevera manifesta coraggio, tenacia e pazienza. La persona che persevera è costante ed è ferma nella fedeltà nel vivere la fede in Gesù Cristo, restando saldi nella speranza e nell’amore di Dio nonostante le prove, le sofferenze, le tentazioni o le persecuzioni. Chi persevera può trasformare in gloria la prova più ardua perché, guardando oltre la sofferenza, intravede la meta. Una delle grandi sfide della vita cristiana è che Dio vuole che diventiamo perseveranti, ma non sempre questo si manifesta nella vita quotidiana. Giacomo inizia la sua lettera dicendo ai cristiani qualcosa che, a prima vista, sembra quasi irragionevole. Dice che, quando arrivano le difficoltà, dovremmo considerarle un’opportunità di gioia, perché la prova della nostra fede produce perseveranza.
Giacomo 1:4 «E la costanza compia in voi un’opera perfetta, affinché siate perfetti e completi, in nulla mancanti».
Il problema in sé non è mai fonte di gioia, nessuno gioisce perché ha un cancro o perché ha perso il lavoro. Anche i problemi familiari non sono gioiosi. Il dolore non è mai gioioso. Giacomo sta parlando di ciò che queste esperienze possono produrre quando vengono affrontate con fede. Giacomo descrive in tutta la sua lettera il tipo di persona che la fede perseverante produce. Talvolta tentiamo di liberarci dai problemi disperandoci e agitandoci, alla frenetica ricerca di un modo per abbreviare la prova senza aver consultato il Signore riguardo ai suoi propositi. Agendo in questo modo rischiamo di ostacolare il programma di Dio nella nostra vita e, forse, perfino di ritrovarci, in seguito, ad affrontare una prova ben più protratta della precedente, affinché il preciso proposito divino si realizzi in noi. Se collaboriamo con lui diventeremo dei credenti maturi e completi, non mancanti. Quando attraversiamo delle prove non dobbiamo scoraggiarci, né deprimerci. Nessun problema è troppo grande per il nostro Padre celeste. Anche se, nella vita alcuni problemi non saranno mai risolti; dovremo pertanto imparare ad accettarli per dimostrare che ci basta la grazia del Padre. Per ben tre volte Paolo pregò il Signore affinché lo liberasse da un’infermità fisica. Il Signore non lo fece, ma gli diede la grazia per sopportarla (2 Corinzi 12:8-10). Può darsi che Dio non intenda liberarci da alcune prove della vita; in tal caso, dobbiamo sottometterci al suo volere. La pace, dunque, si ottiene mediante la sottomissione al volere di Dio. Però è anche vero che alcuni problemi della vita scompaiono quando abbiamo imparato la lezione. C’è da notare che il Signore appena vede il proprio riflesso nel metallo fuso, colui che ci purifica spegnerà la fiamma. Molti di noi mancano di saggezza e non riescono a considerare le tensioni della vita dal punto di vista di Dio. Il nostro campo visivo è limitato perché rivolgiamo, disperati, lo sguardo a noi stessi, dimenticando che il disegno di Dio è diverso dal nostro e tutto quello che il Signore permette che ci accada nella vita, serve per farci crescere proprio mediante l’afflizione (Salmo 4:1). Quando questi insegnamenti vengono considerati nel loro insieme, cominciamo a vedere un quadro pratico della perseveranza cristiana.
I 7 segni della perseveranza cristiana:
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I problemi e la vera fede in Dio
La maggior parte di noi non ha difficoltà a confidare in Dio quando la vita procede abbastanza bene. La vera prova arriva quando le circostanze cominciano a creare problemi e contraddire ciò che speravamo che Dio facesse. Forse hai pregato per la guarigione e la malattia è continuata. Hai chiesto a Dio di ristabilire una relazione, ed essa è peggiorata. Hai cercato di fare la cosa giusta e ne hai sofferto. In momenti come questi, la tentazione non è semplicemente lo scoraggiamento. La tentazione più profonda è permettere alle circostanze di ridefinire Dio e farci un immagine falsata di Dio. Iniziamo a pensare: «Se Dio mi amasse, questo non starebbe accadendo». La perseveranza matura non significa che smettiamo di soffrire o di porre domande. Giobbe mise Dio in discussione. Davide chiese ripetutamente per quanto tempo sarebbe continuata la sua sofferenza. La fede non richiede di fingere che le cose dolorose siano prive di dolore. La perseveranza significa persistere nella nostra fede e dimostrare che le circostanze non hanno più l’autorità di decidere se Dio è fedele; poiché Egli è fedele sempre. 2Timoteo 2:13 «se lo rinnegheremo anch’egli ci rinnegherà; se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso». Potremmo non comprendere ciò che Egli sta facendo, ma abbiamo vissuto con Lui abbastanza a lungo da sapere Chi Egli è, e perché permette che questo accade nella nostra vita! La perseveranza ti fa vedere sempre la luce infondo al tunnel.
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Saper aspettare
Aspettare è uno degli aspetti più difficili della fede, perché l’attesa dà al dubbio il tempo di parlare. Preghiamo per qualcosa e ci sentiamo fiduciosi, anche se passano le settimane e stiamo ancora pregando. Mesi dopo, nulla sembra essere cambiato. Alla fine la domanda diventa: «Quando risponderà Dio?», oppure: «Dio sta ascoltando?» Giacomo usa il lavoro del contadino come esempio per noi. Giacomo 5:7 «Or dunque, fratelli, siate pazienti fino alla venuta del Signore; guardate come l’agricoltore aspetta il prezioso frutto della terra con pazienza, finché abbia ricevuto la pioggia della prima e dell’ultima stagione». L’esempio dell’agricoltore esprime molto bene il concetto di pazienza. Egli non può seminare e raccogliere il frutto lo stesso giorno, bensì deve attendere a lungo: innanzi tutto deve arrivare la prima pioggia, necessaria per far germogliare i semi, quindi, alla fine della stagione, deve arrivare l’ultima pioggia, indispensabile perché il raccolto sia abbondante. Questo è un esempio molto pratico di cosa è la perseveranza. Il contadino non può dissotterrare il seme ogni mattina per vedere se sta crescendo. Ha fatto ciò che poteva fare. Ora aspetta qualcosa che va oltre il suo controllo. Nella preghiera si giunge a una maturità quando impariamo la stessa lezione. Presentiamo la nostra richiesta. Facciamo tutto ciò che l’obbedienza richiede da noi. Poi lasciamo spazio a Dio perché operi secondo la Sua sapienza e i Suoi tempi. Aspettare non significa necessariamente che non stia accadendo nulla. Può semplicemente significare che non possiamo ancora vedere ciò che sta accadendo
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La tentazione deve esser riconosciuta per tempo
Giacomo 1:14 «Ciascuno invece è tentato quando è trascinato e adescato dalla propria concupiscenza». Giacomo passa quasi immediatamente dalle prove alla tentazione perché la pressione spesso espone ciò che è già dentro di noi. L’uomo è sempre pronto a sottrarsi alle responsabilità delle proprie colpe. Se non può accusare Dio, adotta l’approccio della psicologia moderna, asserendo che il peccato è una malattia. Noi sappiamo, però, che il peccato non è una malattia; è un fallimento morale di cui l’uomo è responsabile. Giacomo ci dice chiaramente che ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. Il peccato procede da noi, dalla nostra natura vecchia, malvagia, decaduta e non rigenerata. Gesù dice: «Poiché dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni» (Matteo 15:19). Il termine che Giacomo usa per concupiscenza nel v. 14 potrebbe indicare qualsiasi tipo di desiderio buono o cattivo. La concupiscenza è simile a una donna malvagia che sfodera tutte le proprie arti di seduzione per adescare le proprie vittime. Ognuno di noi è tentato: ciascuno è costantemente spinto al peccato dai propri desideri turpi e impuri. Tutti noi siamo, dunque, vittime inermi della nostra concupiscenza che ci attrae e… seduce? Non è assolutamente così. Abbiamo facoltà di scacciare dalla nostra mente tutti i pensieri peccaminosi e concentrarci su concetti puri e santi (Filippesi 4:8) Anche in momenti di forte tentazione possiamo rivolgerci a Dio ricordando queste parole: «Il nome del Signore è una forte torre; il giusto vi corre, e vi trova un alto rifugio» (Proverbi 18:10). Uno dei segni dell’immaturità è la nostra capacità di giustificare ciò che vogliamo fare. Ci diciamo che qualcosa non è veramente sbagliato, che lo fanno tutti, che questa particolare circostanza è diversa o che meritiamo un’eccezione. Il cristiano esperto comincia a riconoscere la direzione della tentazione prima di raggiungere la sua destinazione finale. Impariamo a conoscere le nostre debolezze. Diventiamo sospettosi delle scuse che abbiamo già usato. Questa è un’altra forma di perseveranza, perché a volte la fedeltà significa semplicemente dire di nuovo no a qualcosa a cui abbiamo già detto no molte volte in precedenza. La vittoria sulla tentazione è possibile; ed è la decisione di rimanere fedeli e perseveranti ancora una volta.
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Fai ciò che è giusto anche quando non vedi nessun miglioramento.
A volte trasformiamo inconsapevolmente l’obbedienza in un patto con Dio. “Farò ciò che Tu dici, e poi Tu sistemerai le cose.” Perdoniamo qualcuno e ci aspettiamo che la relazione migliori. Diamo generosamente e ci aspettiamo un sollievo finanziario. Serviamo fedelmente e ci aspettiamo apprezzamento. Preghiamo e ci aspettiamo che il problema scompaia. Ma cosa succede quando obbedisci e non cambia nulla? È qui che la perseveranza porta l’obbedienza a un livello più profondo. Alla fine impariamo che fare ciò che è giusto non richiede una ricompensa immediata. Diciamo la verità perché apparteniamo al Dio della verità. Perdoniamo perché noi stessi siamo stati perdonati. Serviamo perché Cristo ci ha serviti. Rimaniamo fedeli perché Cristo è degno della nostra fedeltà. C’è una grande libertà nel raggiungere questo punto. Non abbiamo più bisogno di chiederci: «Che cosa ne ricaverò?». La domanda diventa: «Che cosa richiede da me la fedeltà?».
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Diventi più difficile da provocare
Giacomo ci offre una misura straordinaria della maturità spirituale. Giacomo 1:19 «Perciò, fratelli miei carissimi, sia ogni uomo pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira…». A volte immaginiamo la maturità come una maggiore conoscenza delle Scritture, una comprensione più profonda delle dottrine o molti anni di esperienza nella chiesa. Queste cose hanno valore, ma Giacomo porta la questione molto più vicino a noi. Quanto facilmente può provocarti qualcuno? Quanto rapidamente reagisci quando vieni criticato? Quanto hai bisogno di avere l’ultima parola? Per quanto tempo serbi rancore? Che cosa succede quando qualcuno interrompe i tuoi piani o non è d’accordo con la tua opinione? La perseveranza spirituale crea gradualmente stabilità emotiva. Di fronte a queste domande come dovremmo reagire? Ribellarsi o accettare la situazione? Ogni vero cristiano deve accettare da Dio le circostanze che non può cambiare e gioire delle proprie benedizioni spirituali. Troppi credenti vivono rapporti conflittuali con il proprio sesso, la propria età, la propria statura e persino con la vita stessa. Il giusto atteggiamento del credente è di accettare da Dio quelle cose che nessuno di noi è in grado di cambiare. Esistono realtà che Dio ha stabilito per noi e noi abbiamo l’obbligo di gestirle al meglio per la sua gloria e per la benedizione degli altri. Dovremmo dire come l’apostolo Paolo: «Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono» (1 Corinzi 15:10). Non dobbiamo rispondere se siamo provocati, gli scatti d’ira non sono da persona convertita e dobbiamo sempre misurare le parole da dire nelle situazioni difficili. Questo non significa che i cristiani maturi non si arrabbino mai. Significa che l’ira ha meno controllo su di noi per quello che gli altri dicono e fanno. L’esperienza con Dio ci insegna che non ogni critica richiede una risposta, non ogni disaccordo è una crisi e non ogni offesa deve essere raccolta. Un cristiano maturo si vede dal fatto che è difficile fargli perdere l’equilibrio.
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Smetti di cercare un cristianesimo facile
Gesù non ha mai promesso ai Suoi discepoli una strada facile. Ha promesso che sarebbe stato con loro su quella strada. Isaia 43:2 «Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, essi non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà». Una volta accettata questa distinzione, smettiamo di spendere così tante energie chiedendoci perché il cristianesimo non abbia reso la vita più facile. Chiunque vi dica che dedicare la vostra vita a Cristo la rende più facile, vi sta mentendo. Appagante, sì. Ma più facile, no! La vita diventa più complicata, dopo che ci avviciniamo a Cristo. Essere cristiani è complicato perché, una volta salvi, nuotiamo improvvisamente controcorrente, contro la corrente del mondo che ci circonda. Il nostro stile di vita è completamente differente da quello che il mondo ci propone. All’inizio della nostra vita cristiana potremmo persino non renderci conto della scelta che abbiamo fatta. Molti pensano di servire finché saranno apprezzati o di rimanere finché le cose andranno bene. Ci sacrificheremo finché il sacrificio non diventerà troppo costoso, ma questa non è la vita del vero cristiano. Perché la vita ci mette alla prova e le prove che arrivano sono dure. Però il cristiano maturo stabilisce una cosa molto importante: appartengo a Gesù Cristo e non alle circostanze o all’approvazione delle persone. Questa decisione deve essere riconsiderata ogni volta che la vita diventa difficile. La perseveranza si vede proprio nelle difficoltà e nelle prove.
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Rimani fedele senza sapere come finisce la storia
