Viviamo in una società che misura il valore di una persona in base alle dimensioni dei suoi conti. Una cultura che presume che il successo materiale sia sinonimo di approvazione divina. La storia del giovane ricco è spesso insegnata come una semplice lezione sulla generosità, ma non è questa la lezione che dobbiamo apprendere da questa storia. Quell’uomo aveva tutto: era giovane, aveva autorità politica e una fortuna immensa. Si avvicinò correndo, si inginocchiò davanti a Gesù e gli chiese cosa doveva fare per ereditare la vita eterna. Quando Gesù gli menziona i comandamenti della legge, il giovane risponde con una superbia: Ed egli gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù» (Marco 10:20). Si vedeva come il prototipo del cittadino esemplare. Un uomo impeccabile e non cercava una trasformazione, cercava un trofeo per il suo ego. Per disarmare la sua maschera, Gesù introduce una legge spirituale che il denaro non può comprare. Nel pensiero ebraico, Amál non vuol solo dire il duro lavoro; ma è lo sforzo che diventa un peso pesante, un lavoro estenuante che finisce per consumare la tua identità e possedere la tua anima. Il giovane credeva che i suoi beni fossero frutto della sua benedizione. Ma Gesù, guardandolo con profondo amore, vide la catena invisibile che lo legava. Vide che la sua ricchezza non era la sua eredità; era il suo Amál. La sua prigione dorata, e per rompere questo giogo, il Maestro gli diede un ordine che smantellasse la sua struttura mentale: Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi»  (Marco 10:21). Il colpo è stato preciso. Gesù non ha attaccato i suoi soldi; ha attaccato la sua identità. Gli ha dimostrato che la sua presunta obbedienza ai comandamenti era un miraggio. Diceva di amare Dio, ma amava di più i suoi conti in banca. Diceva di cercare l’eterno, ma era aggrappato al suo dio denaro. Ascoltando la proposta, il giovane non ha discusso. Marco 10:22,23 «Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente perché aveva molti beni. Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!». Il giovane ricco, ha abbassato la testa e si è ritirato in silenzio. L’uomo che è arrivato correndo e vantandosi di perfezione, se n’è andato molto amareggiato, strisciando i piedi.

MESSAGGIO PER TE

Gesù ci chiede di porre Dio al di sopra di tutto, Lui viene prima della nostra famiglia, degli amici e del nostro lavoro o del prestigio sociale.  Questo diventa il primo passo per scoprire il nostro vero essere, libero dalle catene dell’avere e dell’apparire che, come vediamo nelle nostre società, porta ogni giorno a mettersi in competizione con gli altri, a confrontarsi, a giudicare. Le ricchezze non sono un peccato, nella Bibbia abbiamo uomini di Dio molto ricchi, ma dei loro possedimenti o averi, non ne avevano fatto un idolo. Non a caso Gesù promette ai suoi discepoli, i quali affermano di aver abbandonato affetti e beni materiali per lui, che ne riceveranno ancora più in abbondanza. La vera ricchezza che il Signore ti offre non aggiunge fardelli, non toglie il sonno e non ti obbliga a fingere ciò che non sei. Tieni il tuo cuore libero dall’idolatria del riconoscimento umano. Perché il Regno di Dio non si costruisce con la ricchezza che ti possiede e ti rattrista. Si costruisce con la libertà di sapere che la tua provvidenza non dipende da ciò che trattieni, ma da Dio che moltiplica tutto ciò che metti nelle Sue mani!!!  Matteo 10:25 «È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». Non permettere a niente e a nessuno di frapporsi tra te e Dio.

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