Quando si parla di persone che toccano il fondo e poi piano piano risalgono, non si può che restare affascinati dalle storie di redenzione di coloro che prendendo decisioni distruttive, perdono tutto e poi riescono a tornare a galla e ripartire. Questa è la biografia di uno dei personaggi della parabola di Luca 15, che solitamente è conosciuta come “Il figlio prodigo”, ma questo titolo è incompleto. La storia sembra concentrarsi sul figlio che lascia la casa paterna e dopo aver dilapidato tutto, fa ritorno a casa. Ma il racconto ci narra di due fratelli, di cui il maggiore non se n’è andato ed è di lui che vogliamo parlare oggi. La psicologia ci insegna che ci sono due modi per fuggire da Dio, o da noi stessi: uno è infrangere tutte le regole (la ribellione aperta) e l’altro è rispettare tutte le regole alla perfezione, ma con un cuore freddo e calcolatore (la ribellione nascosta); ed è questo il problema del fratello maggiore che è rimasto nella fattoria. Ha lavorato sempre e da solo, ha gestito i beni, non ha causato scandali e ha mantenuto pulita la reputazione della famiglia. All’esterno, era il figlio ideale. Ma all’interno, lui non vedeva suo padre come un padre, lo vedeva come un capo. Non lavorava per amore della relazione, lavorava per guadagnarsi il diritto all’eredità. Aveva trasformato la sua casa in un ufficio e la sua vita in un contratto di lavoro. Il dramma scoppia quando il fratello minore torna, al verde e pentito. Il padre, felice e traboccante di grazia, corre ad abbracciarlo e organizza la festa più grande che la casa avesse mai visto. Il fratello maggiore mentre torna dal campo, sente della musica e vede gente danzare. Quando gli dicono che la festa è per suo fratello irresponsabile, l’armatura del perfezionista si rompe. La Bibbia dice: “Allora si è arrabbiato e non voleva entrare”. È qui che viene a galla il risentimento accumulato. Il padre esce dalla festa per pregarlo di entrare, e il fratello maggiore gli lancia in faccia il suo curriculum dei meriti, distillando veleno in ogni parola: «Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici.  Ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato “» (Luca 15:29-30). Analizziamo la tossicità delle sue parole, prima dice “ti servo tanti anni” (si considerava uno schiavo, non un figlio). Secondo, dichiara “non ho mai disobbedito” (l’orgoglio cieco del perfezionista). Terzo, si rifiuta di riconoscere suo fratello, chiamandolo con disprezzo “questo tuo figlio”. Il fratello maggiore era furioso perché la grazia offende il nostro senso del merito umano. Pensava: “Se l’amore è un premio, io me lo sono guadagnato e lui l’ha perso. Il fatto che tu lo perdoni è inaccettabile”. In questa storia entrambi i figli erano persi, uno in un paese lontano circondato da vizi e l’altro si era perso nella sua stessa casa, circondato dal suo orgoglio.  L’amarezza di fare le cose bene lo aveva completamente disconnesso dal cuore di suo padre. La risposta del padre è un capolavoro di tenerezza che disarma la religione dello sforzo: «Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua» (Luca 15:31). Il padre gli stava dicendo: “Non dovevi guadagnarti il vitello grasso; l’intera fattoria era già tua. Hai vissuto come un miserabile schiavo per scelta, perché non hai mai capito che il premio non era quello che potevo darti, ma che eravamo insieme, e sono un padre che ama suo figlio a prescindere dal suo comportamento”.”.

MESSAGGIO PER TE

Potresti identificarti con il fratello maggiore oggi. Sei il responsabile, quello che non sbaglia mai, quello che sostiene la famiglia o l’azienda. Hai sacrificato i tuoi desideri per “fare la cosa giusta”. Sei rimasto solo ad accudire i genitori anziani, vedendo i tuoi fratelli andare via. Sei rimasto da solo a gestire una situazione insostenibile, mentre gli altri hanno fatto scelte diverse. Ora sei lì a covare risentimento. Senti che la vita è ingiusta, ti fa arrabbiare vedere gli altri che si sforzano meno, e sembrano essere perdonati o benedetti più velocemente, mentre aspetti che qualcuno finalmente ti paghi per tutto il tuo buon comportamento. Ma questa storia ci ricorda qualcosa che rompe la prigione del perfezionismo: la grazia non è uno stipendio che si incassa alla fine del mese; è un dono che livella tutti allo stesso modo.  La tua obbedienza non ti rende superiore, e il tuo sforzo non può comprare l’amore del cielo, perché quell’amore già ti appartiene. Oggi sei invitato a rilasciare la calcolatrice dei meriti e dei torti. Smettila di vivere come un impiegato amareggiato nella casa di suo padre. Lascia andare il tuo orgoglio, varca la porta ed entra alla festa, perché è inutile fare tutto bene se, alla fine della giornata, il tuo cuore rimane fuori, solo e arrabbiato nel cortile. Luca 15:7 «Io vi dico che così vi sarà in cielo più gioia per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti, i quali non hanno bisogno di ravvedimento».

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